Sento i colori (e vedo i suoni)
La sinestesia nella musica

Melissa McCracken è una pittrice americana, e molti dei suoi quadri hanno per soggetto una canzone. Non la copertina del disco, non il cantante: la canzone. Uno si intitola Life on Mars, come il brano di David Bowie, ed è fatto di macchie e correnti di colore che a chiunque altro sembrerebbero astratte. Per lei sono un ritratto fedele.
McCracken ha la sinestesia: uno stimolo che arriva da un senso accende anche una percezione in un altro. Nel suo caso i suoni diventano colori, e questa forma ha un nome tutto suo, cromestesia.
Quanto è rara
Nella versione del 2017 di questo articolo scrivevo che la sinestesia riguarda il 4% della popolazione. Il numero è giusto, ma va letto bene. Viene da uno studio del 2006 guidato da Julia Simner, che ha cercato fra centinaia di persone tutte le varianti conosciute (più di cento combinazioni diverse di sensi) e ne ha trovata almeno una nel 4,4% dei casi. Le forme più comuni non hanno niente a che fare con la musica: sono i giorni della settimana che hanno un colore, o le lettere dell'alfabeto. Quelle sole fanno già metà del conto. Chi vede la musica a colori è una minoranza dentro la minoranza.
Un'altra cosa che vale quasi sempre: il collegamento va in una direzione sola. Chi vede il blu quando sente un Re non sente un Re quando guarda il cielo.
Duke Ellington e il blu di juta
Fra i musicisti i casi raccontati sono parecchi. Il più bello è quello di Duke Ellington, che in un'intervista del 1958 spiegava che per lui il colore non dipendeva dalla nota ma da chi la suonava. Se il Re lo suonava Harry Carney era blu scuro, con la trama della juta. Se il Sol lo suonava Johnny Hodges diventava azzurro, e di raso. Per uno che scriveva pensando ai singoli musicisti della sua orchestra, prima ancora che agli strumenti, è quasi una dichiarazione di metodo.
Più vicini a noi, Pharrell Williams ha raccontato di capire se un pezzo è nella tonalità giusta perché i colori combaciano, e che Happy per lui è sempre stato giallo e rosso. Billie Eilish dice di avere costruito i video e i concerti sui colori che vede per ogni canzone (la sinestesia ce l'hanno anche suo padre e suo fratello Finneas). Se e quanto questo aiuti davvero a scrivere non è dimostrato. Che chi ce l'ha la usi, sì.
La si può imparare?
Alla base ci sarebbero collegamenti fra aree del cervello che durante la crescita, di solito, vengono sfoltiti e che nei sinestesici restano. Ma dal 2017 si è capito che la parte appresa conta più di quanto si pensasse.
Nell'articolo originale avevo mescolato due ricerche diverse, quindi le rimetto in fila. Nel 2012 all'Università di Amsterdam Olympia Colizoli e i suoi colleghi hanno fatto leggere a un gruppo di persone romanzi in cui alcune lettere erano stampate sempre dello stesso colore. Dopo un libro intero, i lettori avevano cominciato ad associare quelle lettere a quei colori in modo automatico. Non era sinestesia vera, ma ne aveva alcuni tratti.
L'anno dopo, negli Stati Uniti, Nathan Witthoft e Jonathan Winawer hanno studiato undici sinestesici veri, che vedevano le lettere a colori da sempre. I loro colori coincidevano in modo impressionante con quelli delle lettere magnetiche da frigorifero della Fisher-Price, che quasi tutti avevano avuto da bambini: la A rossa, la C gialla, la D verde. La predisposizione era loro; il giocattolo aveva scelto i colori.
E nel 2014 all'Università del Sussex un gruppo di adulti, dopo nove settimane di allenamento, ha cominciato a riferire di "vedere" i colori associati alle lettere anche fuori dagli esercizi. L'effetto, per la maggior parte, è svanito qualche mese dopo la fine del corso.
Il pittore che ascolta i colori
Poi c'è un caso che è quasi il rovescio della sinestesia. Neil Harbisson è nato con l'acromatopsia: vede il mondo in scala di grigi. Dal 2004 porta sulla testa un'antenna con un sensore che legge il colore davanti a lui e lo trasforma in un suono, che lui sente attraverso le ossa del cranio. Ogni colore ha una frequenza. Con il tempo ha cominciato a fare il percorso inverso: dipinge le voci e i discorsi famosi, e va al supermercato come si va a un concerto.
E tu?
Nel 2017 chiudevo l'articolo con un test online dell'Università di Berkeley che prometteva di dirti se sei sinestetico. La pagina non esiste più, ma lo studio da cui veniva sì, ed è più interessante del test. Nel 2013 il gruppo di Stephen Palmer ha fatto ascoltare brani di musica classica a persone senza nessuna sinestesia, negli Stati Uniti e in Messico, chiedendo di scegliere i colori che stavano meglio con ogni pezzo. I brani veloci e in modo maggiore finivano sui gialli accesi e chiari, quelli lenti e in minore sui blu scuri e sui grigi. Uguale nei due paesi.
Il ponte, secondo i ricercatori, è l'emozione: un brano allegro e un giallo squillante ci fanno lo stesso effetto, e il cervello li mette insieme. Non è sinestesia. Ma vuol dire che un po' di colore nella musica lo sentiamo tutti.
_Questo articolo è la revisione, riscritta nel 2026, di un pezzo uscito su Medium nel settembre 2017._
Alessandro Porri
Se ti è piaciuto, gli altri sono qui.
Tutti gli articoli →