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L'orecchio assoluto

È innato o si può sviluppare?

L'orecchio assoluto
Illustrazione originale Audiophonic Arts Studio

Dylan Beato aveva nove anni quando suo padre Rick, musicista e produttore americano, lo ha messo davanti a un pianoforte e a una telecamera. Il padre suona grappoli di note dissonanti, messi insieme apposta per non avere un senso armonico. Dylan, di spalle alla tastiera, le nomina una per una, quasi all'istante.

Rick Beato mette alla prova il figlio Dylan: i video che nel 2017 hanno fatto il giro della rete.

Dylan ha quello che si chiama orecchio assoluto (in inglese perfect pitch): la capacità di riconoscere una nota senza nessun riferimento.

Assoluto e relativo

Per capire perché è raro bisogna distinguerlo dal suo parente stretto, l'orecchio relativo. Se ti suono un La e ti dico che è un La, un musicista allenato può risalire alle note successive riconoscendo gli intervalli, cioè le distanze fra una nota e l'altra. È un'abilità fondamentale per chi suona, perché è quella che permette di improvvisare, ed è comune anche fra chi semplicemente ascolta molta musica ricca di armonia, come il jazz o la classica. Per questo a volte la si confonde con l'altra.

Chi ha l'orecchio assoluto non ha bisogno del primo La: lo riconosce da solo, e con lui tutte le note che seguono.

Quanti sono, davvero

Nella versione del 2017 di questo articolo avevo scritto che l'orecchio assoluto riguarda meno del 30% della popolazione mondiale. Era sbagliato, e di parecchio. Il dato che si cita da decenni è uno su diecimila; è una stima vecchia e probabilmente bassa (fra gli studenti di musica una rassegna del 2019 trova almeno il 4%), ma l'ordine di grandezza è quello: una cosa rara.

Rara, però, non dappertutto allo stesso modo. Nel 2006 la psicologa Diana Deutsch ha messo a confronto gli studenti di due conservatori, uno negli Stati Uniti e uno a Pechino. Fra chi aveva cominciato a studiare musica fra i quattro e i cinque anni, l'orecchio assoluto ce l'aveva circa il 60% dei cinesi e il 14% degli americani. Fra chi aveva cominciato a otto o nove anni, il 42% dei cinesi e nessuno degli americani.

La differenza non sta nei geni, sta nella lingua. Il mandarino è una lingua tonale: la stessa sillaba cambia significato a seconda dell'altezza con cui la pronunci. Un bambino che cresce parlando mandarino impara fin dai primi mesi che l'altezza di un suono vuol dire qualcosa, e il suo cervello la tiene da conto.

Né innato né imparabile. Quasi

Per anni ci si è divisi fra due posizioni: l'orecchio assoluto è un dono con cui si nasce, oppure è un'abilità che chiunque può costruirsi studiando. Nessuna delle due reggeva.

La lettura che ha retto più a lungo è quella del periodo critico. Nei primi anni di vita il cervello è in piena espansione e ascolta tutto: un neonato distingue i suoni di qualsiasi lingua del mondo, prima di specializzarsi in quelli che sente intorno a sé. L'altezza assoluta di una nota sarebbe uno di questi suoni. Se nessuno la rende importante, e una lingua tonale o uno studio musicale precoce la rendono importante, il cervello impara a farne a meno e si affida agli intervalli.

(Nel 2017 scrivevo che la finestra si chiude entro il primo anno di vita. I dati di Deutsch dicono altro: resta aperta per qualche anno, e si restringe man mano che si cresce.)

Il cervello impara un alfabeto

C'è un dettaglio che rende la cosa ancora più curiosa. Le note non sono fatti di natura: sono convenzioni. Nella musica occidentale di oggi, con il temperamento equabile, le dodici note sono tutte alla stessa distanza fra loro, e un La diesis suona esattamente come un Si bemolle. Con il temperamento pitagorico, o con quello mesotonico, non è così: sono due note diverse.

Quindi chi ha l'orecchio assoluto non riconosce una frequenza "vera". Riconosce le note che ha imparato. Una persona con l'orecchio assoluto nel Settecento e una di oggi nominerebbero le stesse note su frequenze diverse, perché nel frattempo sono cambiati i temperamenti e anche il La di riferimento (ne ho scritto nell'articolo sulla nota esatta). In teoria, un bambino cresciuto ascoltando solo musica pitagorica svilupperebbe un orecchio assoluto pitagorico. Basterebbe procurarsi qualche disco inciso a Crotone nel VI secolo a.C. (un po' rovinati, ma vuoi mettere il suono vintage?).

È un po' come imparare un alfabeto invece di un altro: i concetti sono gli stessi, cambiano i segni.

Il caso Dylan

Torniamo a Dylan. Suo padre racconta di avergli fatto ascoltare musica ricca di armonia ogni giorno, da quando era ancora nella pancia della madre fino ai due anni, e di avere poi trasformato quel metodo in un programma per i più piccoli, che ha chiamato Nuryl. È un caso singolo, e un video non è uno studio. Ma è coerente con l'idea del periodo critico: un orecchio esposto presto, e a lungo, a suoni la cui altezza conta.

E da adulti?

Qui c'è la parte che nel 2017 non potevo scrivere. Per molto tempo si è detto che da adulti l'orecchio assoluto non si acquisisce più: si può migliorare molto quello relativo, ma quella finestra è chiusa.

Nel 2019 un gruppo dell'Università di Chicago ha pubblicato uno studio con un titolo che dice già tutto, Absolute pitch can be learned by some adults: alcuni partecipanti, dopo un allenamento intensivo, arrivavano a risultati indistinguibili da quelli di chi l'orecchio assoluto ce l'ha da sempre. Nel 2025 un altro studio, guidato da Yetta Wong all'Università del Surrey, ha allenato dodici musicisti adulti per otto settimane, online. In media hanno imparato a riconoscere sette note su dodici con almeno il 90% di precisione. Due di loro sono arrivati a riconoscerle tutte e dodici, veloci e precisi come chi ci è nato.

Due su dodici non fanno una regola. Però spostano la domanda da cui era partito questo articolo: forse non si tratta di sapere se l'orecchio assoluto è innato o si sviluppa, ma quanto costa svilupparlo, e a che età costa meno.

_Questo articolo è la revisione, riscritta nel 2026, di un pezzo uscito su Medium nel settembre 2017._

Alessandro Porri

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