L'evoluzione dell'acustica
Come l'architettura e l'ambiente influenzano l'ascolto
Che cosa hanno in comune il Teatro degli Arcimboldi e l'Arena Civica di Milano? E il Nelson Mandela Forum con il Teatro Verdi di Firenze? Apparentemente niente: sono strutture costruite in epoche diverse e per scopi diversi.
Eppure ci sono musicisti che hanno suonato in tutti e quattro. Prendi un artista di punta del nostro panorama: Vasco Rossi. I suoi record negli stadi li conosci (a Modena Park, il 1° luglio 2017, i biglietti venduti furono 225.173), per non parlare dei palazzetti e dei grandi eventi all'aperto. Forse ricordi anche che nel 2012 le sue canzoni sono entrate alla Scala: non con un concerto, ma con L'altra metà del cielo, un balletto di Martha Clarke costruito sui suoi brani, riarrangiati da Celso Valli.
La differenza salta all'orecchio: il Vasco della Scala ha un suono che non c'entra niente con quello abituale. Un teatro d'opera non si presta a esibizioni forti e distorte, e non è una questione di sacralità del luogo: è una questione di acustica. Al di là della scelta artistica di rendere alcuni brani più orchestrali, l'arrangiamento avrebbe dovuto adattarsi comunque.
Immagina i Led Zeppelin in una chiesa. Le navate generano un riverbero lungo, il suono si disperde in modo ingestibile, e il risultato sarebbe una cafonata acustica senza eguali. E bada bene: non è una questione di volume.

Ma perché una chiesa suona così?
Le navate ampie e le altezze sconfinate servivano a diffondere la voce in un'epoca in cui il microfono non era nemmeno fantascienza. Anche un'esecuzione di Mozart sarebbe poco gestibile lì dentro: i fraseggi spiccati e veloci si mischierebbero in troppe sovrapposizioni (sul riverbero trovi qualche approfondimento in Io rifletto). Bach, invece, nelle sue composizioni riflette le strutture in cui lavorava: per ventisette anni, dal 1723, il suo organo vibrò nella Thomaskirche di Lipsia, un salone enorme che si prestava benissimo alle cadenze solenni della sua scrittura.
Più in generale la musica colta europea è meno percussiva di molte musiche nate all'aperto, per esempio in tante tradizioni dell'Africa occidentale: contesti chiassosi, meno rigidi dei teatri d'opera, dove il pubblico partecipa e balla. Lì canti e battiti di mani si sovrappongono all'esecuzione, e la musica è costruita per reggerlo: ritmo, ripetizione, una voce che chiama e un coro che risponde.
I gruppi rock degli anni Cinquanta e Sessanta sperimentarono la distorsione per una ragione simile: generava suoni potenti e complessi che restavano riconoscibili in locali piccoli e chiusi, pieni di gente che ballava e cantava, cioè con un rumore di fondo da sovrastare. In più la registrazione professionale portava la musica in contesti nuovi, come gli appartamenti e le sale da ballo.
Se è vero che l'architettura influenza la diffusione del suono, e quindi l'ascolto, è altrettanto vero che le sonorità che si sono diffuse negli anni derivano dai luoghi in cui sono state concepite ed eseguite.
La natura, come al solito, è un ottimo esempio. Nel 2003 due biologi di Leida, Hans Slabbekoorn e Margriet Peet, hanno registrato il canto di 32 cinciallegre maschio in città: quelle con il territorio vicino alle strade trafficate cantavano con una frequenza minima più alta delle altre. Il rumore urbano sta quasi tutto nelle frequenze basse, e il canto si sposta più in alto per non esserne coperto. Un adattamento con un solo obiettivo: farsi sentire con più chiarezza.

Vale anche per noi. Il digitale e gli mp3 hanno portato l'ascolto nelle cuffiette dello smartphone, gli ear-buds, e questo ha cambiato il modo in cui produttori e fonici di mix e mastering lavorano: alcune frequenze vengono privilegiate, altre nascoste, per far arrivare il suono nel modo migliore sul mezzo nuovo. Nel 2012 Apple lanciò un programma apposta, Mastered for iTunes, che dal 2019 si chiama Apple Digital Masters; e oggi le piattaforme di streaming normalizzano il volume dei brani, così un master spinto non suona più forte degli altri (ne parlo in Come misuriamo la musica?).
Dalla navata alla cuffietta, la regola non è cambiata: la musica prende la forma del posto in cui la ascolti.
Questo pezzo è una revisione di un articolo del marzo 2018. Precisata la storia di Vasco alla Scala (era un balletto sulle sue canzoni, nel 2012), aggiunti lo studio di Leida con la sua fonte e quello che è successo dopo con lo streaming.
Alessandro Porri
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