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Le note che aiutano la concentrazione

Quanto vale la musica quando il corpo fa fatica

Le note che aiutano la concentrazione
Illustrazione originale Audiophonic Arts Studio

Nel 2007 gli organizzatori della Maratona di New York vietarono le cuffie ai partecipanti. Applicavano una regola appena scritta dalla federazione americana di atletica, che proibiva i lettori portatili nelle gare ufficiali con due motivazioni: la sicurezza (con la musica nelle orecchie non senti chi ti arriva alle spalle) e il divieto di comunicare con l'esterno, allenatori compresi.

Il risultato fu che una quantità di atleti corse con la musica lo stesso, auricolari nascosti sotto il cappello, rischiando la squalifica pur di avere un ritmo nelle orecchie. Le proteste furono tali che l'anno dopo la federazione fece marcia indietro: dalla fine del 2008 i direttori di gara possono ammettere le cuffie nelle corse che non valgono un titolo, e il divieto resta solo per chi corre per i premi. Oggi a New York le cuffie sono sconsigliate, non proibite.

Che la musica aiuti a sopportare lo sforzo lo sapeva chiunque avesse corso con un walkman, ma una prova così plateale non c'era mai stata. Gli studi, intanto, avevano già dato un nome al meccanismo: dissociazione.

Dissociazione

La musica sposta l'attenzione dalla fatica. A intensità moderata la sensazione di sforzo cala di circa un decimo: è la cifra che ricorre nel lavoro di Costas Karageorghis, lo psicologo dello sport della Brunel University di Londra che misura queste cose da trent'anni. Sopra una certa soglia, però, il trucco smette di funzionare: quando lo sforzo diventa intenso la tensione muscolare ha il sopravvento, e il corpo manda un segnale d'allarme che nessun ritornello copre. Non siamo cavalli, che corrono finché cadono.

Dentro quella soglia la musica fa due cose insieme: rende lo sforzo più tollerabile e cambia lo stato di tensione, in un senso o nell'altro a seconda del brano. La mezzofondista britannica Kelly Holmes, due ori ad Atene nel 2004, prima delle gare ascoltava pezzi lenti di Alicia Keys, "Fallin'" e "Killing Me Softly": per calmarsi, non per caricarsi.

A tempo

Il secondo effetto riguarda il tempo. Il ritmo di un brano regola i movimenti, e un esercizio fatto a tempo di musica è più costante: in uno studio del 2012 i ciclisti che pedalavano sincronizzati con la musica consumavano circa il 7% di ossigeno in meno rispetto a chi pedalava con la stessa musica fuori tempo.

Haile Gebrselassie lo aveva capito da solo. Nel febbraio del 1998, a Birmingham, corse i 2.000 metri indoor in 4:52.86, il tempo più veloce mai registrato sulla distanza, mentre dagli altoparlanti suonava "Scatman": lo aveva chiesto lui, perché il tempo del pezzo coincideva con la sua cadenza di corsa.

Da soli

Dove l'atleta è solo con sé stesso, senza compagni con cui dividere la concentrazione, isolarsi dagli stimoli esterni aiuta, e un brano scelto bene tiene lontane le distrazioni dall'obiettivo. Negli sport individuali il contributo della musica è reale, e a volte decide una gara.

Se non l'hai mai provato, non serve un'app: serve una playlist costruita sul tuo passo, con un tempo che coincida con la cadenza, e un brano lento per i minuti prima.

Questo pezzo è una revisione di un articolo del dicembre 2017. La storia del divieto è stata aggiornata, perché la regola fu allentata già nel 2008, e i numeri sono stati ricontrollati sulle fonti.

Alessandro Porri

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