Il potere del suono
Quando fa bene e quando fa male

Robert Gupta è un neurobiologo prestato al violino, o forse il contrario: oggi suona nella Los Angeles Philharmonic, ma si è formato in ricerca neurologica prima di scegliere l'orchestra. In un suo TED Talk racconta alcuni casi in cui il semplice ascolto della musica ha migliorato in modo netto le condizioni fisiche e mentali di alcuni pazienti.
Un esempio è un uomo che, dopo un incidente, non riusciva più a esprimersi perché l'area del linguaggio del suo cervello — nell'emisfero sinistro — era danneggiata. Con un ascolto guidato e costante di musica (musicoterapia), quell'area ha ricominciato a ricrearsi nell'emisfero destro, quello rimasto intatto.
È solo uno dei tanti casi in cui la musica si è rivelata decisiva nel riabilitare pazienti con deficit dovuti a incidenti o malattie. Visti gli effetti collaterali pressoché assenti, negli anni si sono moltiplicate le scuole che sperimentano nuove tecniche di musicoterapia, ciascuna calibrata sul tipo di problema.
Come interagisce il suono con il tuo corpo
L'apparato uditivo umano è qualcosa di estremamente complesso. Per fare un po' di chiarezza: le onde sonore vengono convogliate, grazie alla conformazione della cartilagine esterna dell'orecchio, verso il timpano e i tre ossicini (martello, incudine e staffa) che formano l'orecchio medio. La loro vibrazione muove le cellule ciliate della coclea — l'orecchio interno — che trasformano quel movimento in segnali chimici per il nervo uditivo, il quale porta l'informazione al cervello per la decodifica finale.
Chi ha un danno alla coclea oggi può sostituirla con un impianto cocleare; ma data la complessità della catena, l'intervento non restituisce all'orecchio il suo funzionamento completo. Chi porta un impianto non percepisce tutte le frequenze, o le percepisce alterate — a volte anche di un semitono. Chi ha subito un trapianto può arrivare a non distinguere più il timbro di un violino da quello di una tromba: ai suoi orecchi, i due strumenti suonano quasi come fossero uno solo.
Il punto debole della stessa delicatezza
Quella complessità è anche un punto debole, e lo hanno sperimentato sulla propria pelle i manifestanti di Pittsburgh nel 2009: durante il G20, la polizia locale utilizzò un LRAD, un dispositivo acustico capace di emettere suoni fino a 150 decibel — l'equivalente del rumore di un jet in decollo a un metro di distanza — udibile fino a quasi tre chilometri dalla fonte. La soglia del dolore per l'orecchio umano è di circa 120 decibel: a quell'intensità i timpani possono danneggiarsi in modo permanente, e le vibrazioni sonore possono arrivare a colpire anche altri organi.
Non è solo repressione: l'Agenzia Spaziale Europea, nel suo centro ESTEC di Noordwijk, nei Paesi Bassi, possiede una camera acustica (la Large European Acoustic Facility) capace di generare fino a 154 decibel, usata per testare la resistenza dei satelliti al rumore e alla pressione sonora del lancio.
E allora il silenzio?
A questo punto viene naturale pensare che non ci sia niente di meglio di un po' di silenzio. Non proprio: il silenzio assoluto può essere nocivo tanto quanto il rumore.
La camera anecoica è una stanza artificiale, costruita apposta per testare il suono di alcuni prodotti e per studiare pazienti con problemi di udito. Grazie a materiali isolanti speciali, al suo interno si raggiunge un livello di circa -9 decibel. Hai letto bene: non zero, meno nove. Significa che l'unica fonte di rumore rimasta sei tu — senti il sangue che scorre nelle vene, l'aria che entra ed esce dai polmoni. Il cervello, privo di ogni altro riferimento, comincia a inventarsene: c'è chi, dopo pochi minuti soltanto, ha lasciato la stanza in preda ad attacchi di panico o allucinazioni.
Due considerazioni chiudono il discorso. La prima: la via di mezzo resta quasi sempre la scelta migliore. La seconda, più seria: il suono ha un potere enorme di condizionare comportamento e percezione — a volte anche senza che tu te ne accorga.
Alessandro Porri
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