Come lo streaming ha cambiato la musica pop - Audiophonic Magazine

Negli ultimi 30 anni si è passati dai “concept album” ai singoli in stile spot pubblicitario, tutto per catturare la nostra attenzione.

Sembra passato un secolo da quando Napster rivoluzionò il modo di ascoltare musica nel lontano 1999. Ai tempi si percepiva una rivoluzione ma era impossibile prevedere che gli effetti si sarebbero propagati e ampliati persino 20 anni dopo.
Questo perché non si è trattato di una semplice rivoluzione, ma un vero e proprio cambiamento genetico.
La diffusione dell’mp3 è stata solo l’inizio di un percorso che per alcuni ha portato la musica a diventare oggetto di marketing.

Possiamo distinguere 4 cambiamenti principali:

  1. E’ cambiato il metodo di registrazione, passando da analogico a digitale, con hardware sostituito da software e studi di registrazione sostituiti da home recording, data la possibilità di ottenere il massimo risultato anche in spazi ristretti.
  2. E’ cambiato il media di destinazione, passando da vinile e cassetta a cd ed mp3 e per ultimo allo streaming, quindi tecnicamente nessun file ospitato su periferiche dell’utente ma connessione internet e server remoti.
  3. Questo ci porta alla terza rivoluzione, l’ascoltatore. Lo streaming ha introdotto la possibilità di ascoltare praticamente tutto senza ricerche in negozi o passaparola di amici, portando così ad un ascolto frenetico, impulsivo e raramente mirato come accadeva in precedenza. Si è introdotto il concetto di Skip, che benché esistesse dai tempi dei Sony Walkman è ora utilizzato di default per “capire” se un brano è di interesse oppure no. Possiamo dire che l’ascolto è più un sottofondo, una distrazione per accompagnare ad appuntamenti più importanti. Un pò come tenere accesa la tv per “fare compagnia” durante le attività in casa.
  4. Infine è cambiato il processo creativo di un brano pop, in modo che sia destinato al grande pubblico.

Stando ad uno studio della Ohio State University sull’evoluzione delle composizioni nell’arco di 30 anni, si è dimostrato, analizzando brani pop di classifica, come il processo creativo delle grandi produzioni sia cambiato, probabilmente per venire incontro ai cambiamenti citati in precedenza.

Si evidenzia come una volta un brano veniva programmato radiofonicamente benché avesse intro di 30 secondi più; oggi è impossibile e la voce entra immediatamente. C’è bisogno di arrivare. Subito.
Il ritornello, inciso o hook come volete intenderlo, capita entro i 30 secondi. Non si può rischiare il famoso SkipAnche la struttura delle canzone è cambiata escludendo bridge, accorciando o eliminando special, cioè le parti che caratterizzavano i brani presentandosi all’ascoltatore una sola volta durante la riproduzione e lasciando i più ripetitivi strofa e ritornello. Per questo motivo nessun assolo si rintraccia nei brani mainstream.
La durata poi è standardizzata intorno ai 3 minuti e mezzo.
Emerge quindi come la canzone sia sempre più concepita come uno spot, con una frase tormentone per colpire l’ascoltatore che ormai appare sempre più disattento.

Da questa analisi sembra che il desiderio di monetizzare sia più importante della creatività, ma, restando in tema di musica pop, non è sempre stato così?

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